News

L'avvocato si fa dare l'acconto ma non inizia la causa: non è reato

  Pubblicata il 12/05/2011

L'avvocato si fa dare l'acconto ma non inizia la causa: non è reato (Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza n. 17106/11; depositata il 3 maggio) La Corte di Cassazione, con sentenza n. 17106/11, depositata il 3 maggio, ha annullato la condanna per truffa nei confronti di un avvocato che, pur avendo ricevuto regolare mandato e relativo acconto, non aveva iniziato la causa. Si tratta «semplicemente» di inadempimento contrattuale. La fattispecie. Un avvocato, pur avendo ricevuto regolare mandato e percepito dai clienti un acconto, non iniziava la causa per far valere i diritti dei suoi assistiti, ma gli faceva, comunque, credere di essere riuscito ad ottenere quanto richiesto e che a breve avrebbero ricevuto quanto gli spettava. La vicenda, però, si protraeva per lungo tempo anche a causa delle molteplici scuse e vari stratagemmi che il legale aveva messo in atto per sviare le insistenti richieste dei clienti, ignari di tutto. Dopo anni, l'avvocato, messo alle strette dagli ormai insospettiti clienti, confessava che non vi era stato alcun giudizio e che anche i documenti mostrati erano fasulli, facendo scattare la querela. In secondo grado, la Corte d'appello di Napoli, confermava la sentenza del Tribunale che aveva ritenuto l'avvocato responsabile di truffa aggravata, falsità in scrittura privata e patrocinio o consulenza infedele (artt. 640 e 61 n. 11, 485, 380 c.p.). L'imputato proponeva ricorso per cassazione. Presupposti del reato di truffa sono gli artifizi o raggiri, l'ingiusto profitto e l'altrui danno. Nell'ipotesi di truffa l'impossessamento è una conseguenza della condotta fraudolenta. In questi casi, gli artifizi e raggiri vengono posti in essere al fine di impossessarsi del bene e non successivamente all'impossessamento. Nel caso di specie, invece, nel momento in cui i clienti avevano conferito il mandato professionale e avevano pagato un acconto, non veniva posta in essere nessuna condotta fraudolenta dal reo ma, la stessa, si concretizzava in un momento successivo e cioè quando i clienti avevano iniziato a chiedere conto dell'esito della causa. In quel momento il legale, per coprire la grave colpa professionale in cui era incorso, poneva in essere artifizi e raggiri finalizzati a tranquillizzare i clienti ed a sviarli. L'avvocato ha una condotta fraudolenta, ma dopo l'impossessamento. La Cassazione evidenzia che, poiché la condotta fraudolenta veniva posta in essere, non per carpire il mandato professionale e gli acconti (l'ingiusto profitto con altrui danno), ma in un momento successivo ed era «finalizzata al solo scopo di celare ai clienti il danno che era stato loro provocato dalla negligente condotta (non avere iniziato la causa per la quale era stato conferito il mandato professionale), non è ipotizzabile la truffa». Secondo la S.C., quindi, la vicenda non ha un risvolto penalistico ma va ritenuta solo come un episodio di inadempimento contrattuale. L'imputato deve risponderne solo in sede civilistica. Pertanto, in ordine a tale reato, la sentenza viene annullata senza rinvio perché il fatto non sussiste, ma viene disposta la trasmissione degli atti ad altra sezione della Corte di Appello di Napoli per la determinazione della pena in ordine al residuo reato di falsità in scrittura privata (art. 485 c.p.).